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Intervista realizzata per la redazione della tesi "Il Saxofono visto dai compositori di oggi"

Gianfranco Gioia
Pubblicato in News · 6 Novembre 2020
La presente intervista mi è stata proposta ed è stata realizzarta nel giugno 2019 dallo studente del Conservatorio di Palermo Vincenzo Faraone per la redazione della tesi d'esame "Il Saxofono visto dai compositori di oggi" e qui pubblicata integralmente. La tesi completa è pubblicata e consultabile alla pagina "bibliografia".


Intervista al M° Gianfranco Gioia


- In che occasione ha scritto per saxofono e perché?

Vi sono, nella storia della musica, molti compositori nel cui repertorio trova ampio spazio uno strumento, per così dire, d’elezione. Penso, ad esempio, al pianoforte per Chopin, all’orchestra sinfonica (e per estensione al relativo sinfonismo) per Mahler e al teatro musicale, inteso qui come strumento espressivo composito, per Wagner. Tale elezione e, in  qualche misura, dedizione, può derivare da molteplici ragioni ed occasioni che investono la dimensione “poetica” del corpus delle opere di un compositore o, più semplicemente, una dimensione pratica, pragmatica e d’occasione. Nel mio caso è senz’altro il sassofono a rappresentare una (presenza) costante nel corpus delle opere e, se vogliamo, le ragioni di ciò possono essere rintracciate in una sorta di compromesso tra le suddette esigenze poetiche ed espressive, da una parte, e pratiche e di contesto, dall’altra. Non è un caso, ad esempio, che proprio uno dei brani d’esordio, ossia uno dei brani che mi piace considerare come incipit della mia carriera compositiva includa il sassofono [Divertimento per clarinetto, sax alto e quartetto d’archi (1992)], così come non è un caso che molti dei miei brani più eseguiti e, percepisco, apprezzati includano il sassofono. Alludo ad esempio alla Suite per sax soprano e pianoforte, così come ad alcuni quartetti. E sebbene, come dicevo, il sassofono rappresenti per me uno strumento adeguato e completo ad esprimere nella maniera più puntuale possibile il mio modo di esprimermi musicalmente attraverso il gesto creativo, e per questa ragione trova ampio spazio nel mio repertorio compositivo. D’altro canto molte nel tempo sono state le occasioni pratiche che mi hanno condotto a scrivere per sassofono: gran parte delle mie opere per sassofono sono  infatti opere commissionate da colleghi sassofonisti che hanno evidentemente riscontrato anche loro questa ideale e funzionale  unione tra la mia poetica musicale, ossia la mia “scrittura” come dimensione personale e scevra da qualsiasi condizionamento  stilistico a sé stante e le possibilità espressive e musicali dello strumento che, evidentemente, ben si coniugano. Gianfranco  Brundo, Ignazio Calderone, Alexandr Devyatko, Alessandro Luigi Appella, Claudia Schaetzle, Sirio Boni sono tra coloro i quali  hanno richiesto specifiche composizioni da eseguire o proporre in diverse e, in taluni casi, prestigiose occasioni.


- Quale strumento della famiglia lo attrae di più?

Dipende chiaramente da una serie di fattori e dal contesto. Non ve ne è uno che preferisco in assoluto di per sé e stabilmente, quanto piuttosto possa emergere, occasionalmente, una specifica predilezione in base alle opportunità ed esigenze espressive del momento, legata all’idea musicale che ho in mente o più in generale al progetto musicale che sto sviluppando. Interessante ad esempio, per me, aver lavorato, in composizioni distinte, con i due strumenti estremi del quartetto (soprano e baritono) ponendomi e misurandomi, appunto, con capacità espressive e tecniche assai diverse tra i due strumenti e pertanto operando scelte di tipo musicale flessibili ed adeguate alle specifiche peculiarità dei due strumenti, seppur appartenenti alla stessa famiglia, ma evidentemente assai diverse. Le opere a cui faccio riferimento sono la già citata Suite per sax soprano e pianoforte del 2005 (o anche alla Sonata per sax soprano ed organo del 2008) e il più recente “Three different days” per sax baritono e pianoforte del 2018.


- In base alle esperienze dei compositori del passato quali Ravel, Gershwin, Prokofiev, ecc, che hanno usato il Saxofono come strumento di “colore”, in che modo  colloca  o  collocherebbe  codesto  strumento  in  un’eventuale partitura orchestrale?

Radicata appare ancora oggi questa dimensione un po’ occasionale del sassofono in orchestra che, appunto, assume ruolo di strumento di colore al quale affidare uno o pochi soli, ma poche sono le partiture in cui si ha invece, nel sapiente lavoro di orchestrazione, una piena integrazione del sassofono in orchestra. Tanto per fare un esempio, il primo che mi viene in mente, perso al Concerto per violino di Alban Berg in cui, in tutta la splendida ed efficace partitura, il sassofono appare ben amalgamato e pienamente facente parte integrante della sezione dei legni. In una mia ipotetica partitura orchestrale, cercherei senz’altro di guardare ad una collocazione di questo tipo, ossia di una piena fusione timbrica nell’insieme del tessuto orchestrale, che tuttavia  lo  strumento, per le sue peculiarità, non necessariamente renda di facile o immediata praticabilità.


- Il  sax  è uno strumento largamente diffuso nella musica extra-colta, distinguendosi per qualità di tipologia sonora, pronuncia, articolazione, ecc. Nell’ambito compositivo, come e quanto la interessano?

Ho sempre ritenuto, al di là di qualsiasi considerazione o giudizio, di possedere uno stile compositivo molto personale, ma, d’altro canto, ho sempre dichiarato che il proprio stile compositivo è la sintesi di ciò che più si apprezza o si ama della musica che si conosce e che si ha avuto modo di approfondire o più semplicemente di sfiorare. In questo senso devo dire che scarse sono le influenze e i modelli che ritengo aver assimilato rispetto ad una dimensione stereotipata dell’uso dello strumento in contesti extra-colti. L’unica forse evidente eccezione si potrebbe ricondurre al vasto e variegato (ed in quanto tale, in questa sede non si entra particolarmente nel merito) ambito del jazz, infatti in alcune pagine dei miei lavori esistono alcuni evidenti riferimenti a quello stile e, di conseguenza, alla “maniera” di quello specifico linguaggio musicale. Due opere in cui tale “corrispondenza” può essere rintracciata sono il quarto tempo della Suite per sax soprano e pianoforte (corrente) e il brano Tin Box per ottetto di sassofoni.


- Il quartetto di sax è una formazione consolidata nella musica da camera. Nella formazione di sax (vedi: Soprano, Contralto, Tenore, Baritono), ha mai composto per questa tipologia di formazione? Se non l’avesse fatto ancora, è comunque sua intenzione farlo in futuro?

Non v’è dubbio che il tradizionale quartetto di sax è senz’altro una formazione assai stimolante ed assolutamente adeguata a molteplici possibilità compositive, creative ed espressive. Sì, nel tempo ho dedicato a questa compagine strumentale diversi lavori. Tali composizioni sono peraltro molto diverse tra loro quasi, appunto, a voler indagare, probabilmente non volutamente, le differenti e molteplici possibilità espressive della formazione strumentale. Simili tra loro per forma sono i due lavori intermedi (Almost Tango e Souvenir d’Italie) mentre più di ampio respiro sono il quartetto d’esordio (Sax & Company) e l’ultimo lavoro per quartetto (Quartet).


-La ricerca timbrica, sviluppatasi dal secondo novecento ad oggi (Slap, Multifonici, Flat, ecc.), ad opera di eccellenti Saxofonisti, è un aspetto da lei preso in considerazione nelle sue composizioni?

Poiché nella mia musica spesso il connotato distintivo è la ricerca di una complessità prevalentemente di tipo ritmico, non vi è ampio uso nelle mie composizione di effetti timbrici particolari se non occasionalmente e in specifiche sezioni musicali dove, appunto, ho voluto ricercare un particolare effetto inserendo l’uso del flatterzunge e dello slap. Non ho mai nutrito pregiudizi sulla possibilità di sperimentare, all’occorrenza, diverse soluzioni timbriche o effettistiche particolari, ma la ritengo una pratica assolutamente funzionale all’espressività e alla coerenza del “discorso musicale”, non a caso, in questo senso, ne ho sempre rifiutato l’uso e ancor più l’abuso laddove è più che evidente che sia fine a se stesso.


- Rispetto ad altri strumenti, consolidati con il lungo percorso evolutivo-musicale, cosa cerca nel Saxofono che lo differenzi da questi? O quali invece sono le similitudini?

Un secolo e mezzo sono oggi un tempo molto lungo rispetto a quanto non fosse in passato e più che sufficiente all’assimilazione e al consolidamento di eventi e situazioni seppur significative e importanti dal punto di vista culturale e, nello specifico, musicale come quello che potrebbe essere la comparsa, prima, e l’evoluzione, poi, di un nuovo strumento musicale. Quindi, direi che la considerazione del sassofono come “novità” è pertanto assolutamente sorpassata e se vogliamo a tratti stucchevole. Il sassofono ha oggi un repertorio e una piena identità attraverso cui  i compositori, nel quadro della molteplicità di linguaggi musicali coevi praticabili e praticati, possano e possono dialogare. Quindi mi sento di poter dire, metaforicamente, che il dialogo tra me e lo strumento che si offre a farsi tramite per ciò che ho da esprimere e da dire attraverso il linguaggio musicale è totalmente un dialogo tra adulti e poco c’è ancora da scoprire o da riconoscere rispetto al suo “carattere” e alla sua “personalità”.



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Last update: 17/11/2020
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