Suite - Gianfranco Gioia

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Di Francesco Parisi

La presente analisi della Suite per sassofono soprano e pianoforte di Gianfranco Gioia è tratta dalla tesi di laurea "L’interpretazione e l’evoluzione del genere della Suite nei compositori del XX secolo con particolare riferimento al repertorio originale per sassofono" per il conseguimento del Diploma accademico di II livello sperimentale - indirizzo interpretetativo compositivo: Sassofono, presentata durante l'anno accademico 2007-2008 presso il Conservatorio "Arcangelo Corelli" di Messina dal sassofonista Francesco Parisi e qui pubblicata con l'esplicito consenso dell'autore.


Suite per sassofono soprano e pianoforte (2005)

1. Preludio
2. Bourée
3. Siciliana
4. Corrente
5. Giga

In occasione della prima edizione del Festival Barocco Internazionale di Musica della Val di Noto fu chiesta al Gioia una composizione per un concerto di sassofono e pianoforte intitolato “Sopravvivenze Barocche”. L’incarico gli venne affidato dal sassofonista e grande amico del compositore, G. Brundo, che proprio di quel concerto fu l’esecutore insieme al pianista G. Campisi. La “Suite” fu così eseguita per la prima volta a Militello Val di Catania il 31 agosto 2005 alla presenza di un nutrito pubblico, tra cui il visibilmente emozionato compositore. Ma come pensare di conciliare al meglio la composizione di Gioia, imperniata sullo stile moderno e la rigidezza “mistica” della musica barocca? L’ho chiesto direttamente al compositore:
Quando ricevetti l’invito a comporre un brano per tale manifestazione mi chiesi subito quale potesse essere un plausibile legame tra il mio modo di comporre, che risente prevalentemente di influenze collocabili tutte nella musica del XX secolo, e la musica di epoca barocca. La soluzione, l’unica possibile per me, era di rintracciare una verosimile continuità esclusivamente nell’ambito della forma facendo salva la condizione, per me imprescindibile, che il linguaggio musicale tout court restasse personale e svincolato da qualsiasi intenzione citazionistica.
Così un’intenzione più simbolica che pragmatica: giustapporre cinque singoli brani, ciascuno con una sua unitaria identità musicale che potesse diventare facilmente riconoscibile come, del resto, le caratteristiche ricorrenti delle diverse danze della suite barocca.

Nel primo movimento, il Preludio, si ha da subito l’impressione di non essere davanti ad un brano “tradizionale” e di facile approccio: l’ingresso spetta al pianoforte che espone la cellula melodica principale del brano, due quartine di semicrome, per ben quattro volte in modo quasi frenetico con una progressione ascendente di terza. La quarta ripetizione è sottolineata dall’ingresso omoritmico del sassofono, iniziando così un dialogo paritario tra i due strumenti che troverà la sua conclusione solo nell’ultimo movimento della suite (esempio 11).
Dalle prime misure si riconosce subito che la caratteristica preponderante nella scrittura del compositore è l’aspetto ritmico. Solo nelle prime diciotto misure si assiste a cinque cambi metrici: dal 5/4 iniziale si passa prima al 4/4, poi nuovamente al 5/4, al 6/4 e di nuovo al 4/4 (durante il primo movimento si passerà ancora al 5/8 e al 6/8), il tutto accompagnato da una scrittura sincopata, piena di accenti ritmici e di strani fraseggi. Sicuramente un modo di comporre che si amalgama bene con le qualità espressive del sassofono. Conoscendo anche altre opere del compositore palermitano (Tin Box per ottetto di sassofoni, Parade per sax alto e pianoforte, Quatour Gothique per quartetto di sassofoni) posso individuare nella complessità dell’aspetto ritmico, la costante musicale, la cifra stilistica da attribuire all’estro compositivo di Gioia.
La forma del “Preludio” è molto complessa, non si riesce ad inquadrare nei generi musicali conosciuti, se non fosse per la parte finale dove a misura sessantanove c’è il classico ritorno alla parte introduttiva della composizione a cui segue l’esposizione, una terza sopra, del tema melodico centrale del brano. Si è in grado quindi, con una forzatura necessaria, di suddividere il brano in cinque microaree strutturali più il finale: introduzione (mis. 1-7); parte A (mis. 8-17); parte B (mis. 18-36); parte C (mis. 37-51); parte D (mis. 52-68); parte finale (introduzione, parte C1 e breve coda). Un inizio complesso e scoppiettante, molto distante da quanto inteso come preludio in epoca barocca ma sicuramente più vicino all’evoluzione del genere nel XIX sec. dove divenne “pezzo di carattere” autonomo, libero da quel peso di semplice e mera introduzione che, svincolato da schemi rigidi, si offre come terreno fertile alla libertà e alla fantasia compositrice degli autori moderni.

Anche la Bourée si presenta con un inizio frenetico molto ritmico, scandito da una precisa successione ascendente e discendente di ottavi e sedicesimi (esempio 12), quasi come squilli di tromba, aventi la funzione di introdurci al tema principale del brano che ha inizio a misura otto.
Un tema calmo, ma non rilassante, composto dapprima dalla ribattuta di uno stesso suono cadenzato in tempi totalmente diversi (4/4, 7/8, 5/8), poi da un tema melodiosamente accattivante ma non banale. La parte introduttiva e la parte centrale vengono ripetute più volte nel brano portandoci ad finale che non ti aspetti: un accordo in pianissimo di 7a dim. 9a-11a (esempio 13) in posizione fondamentale che segna una pausa, uno stop, all’agitazione fin’ora ascoltata e ci conduce per mano verso un movimento più dolce e riposante, la Siciliana.
Piuttosto lenta, battuta in 6/8, ha un carattere pastorale un po’ melanconico caratteristico proprio dell’antenata forma barocca. Infatti il terzo movimento è quello che più degli altri si avvicina alla tradizione sia nella forma che nella ritmica, un po’ meno, come è facile immaginare, nell’aspetto armonico. Dopo una lunga introduzione di 12 misure viene esposto il tema principale formato da una successione di gradi congiunti ascendenti e discendenti in un intervallo di sesta maggiore dal carattere propriamente “meridionale” (esempio 14). L’uso della scala minore napoletana (col secondo grado abbassato di un semitono) è stato sicuramente ricercato dal compositore per creare un legame concreto con il nome del movimento.
Questo breve frammento melodico viene ripetuto, come leit motiv, cinque volte all’interno della composizione la quale procede a rilento mostrando una certa sofferenza: forse una simbologia dettata dal secolare disagio sociale del meridione nei confronti del settentrione in genere.

La Corrente è certamente il movimento che più risente dell’influenza jazz nella cifra stilistica compositiva del Gioia ed è l’unico movimento in cui si stabilisce una certa gerarchia tra i due strumenti: il sassofono, infatti, predomina ricoprendo quel ruolo di “cantore” proprio dello strumento solista accompagnato da un susseguirsi di accordi, per lo più di settima (come è di norma nella musica jazz), instancabilmente ribattuti con vigore dal pianoforte (esempio 15). È un brano accattivante all’ascolto, molto vivo e molto ritmato. Il tema viene presentato nelle prime sette misure e presenta come caratteristica principale lo spostamento degli accenti nei tempi deboli o spostati di un ottavo.
Il brano procede come sviluppo di questo tema e si conclude con una coda in crescendo – concitato – omoritmico tra il sassofono e il pianoforte.

Un brioso tempo di “tarantella” caratterizza l’andamento dell’ultimo movimento della Suite, la Giga. Come nella tradizione barocca, il tempo è in 6/8 e si mantiene per tutto il brano in maniera molto regolare. Possiamo però sottolineare l’alternanza tra un andamento binario e ternario all’interno della Giga: precisamente, come si nota dall’esempio 16, a misura diciassette si ha quest’improvviso cambio metrico che, con andamento sincopato, ci dà come la sensazione di essere entrati in un’altra dimensione. Questo procedimento è più uditivo che formale ed è ripetuto più volte in questa piece.
Da notare, scorrendo la partitura, una breve e forse inconscia citazione ad un’opera originale conosciutissima nell’ambiente del sassofono classico: il Concerto op.109 di A. Glazunov. Infatti arrivando a misura 92 (esempio 17) vi è questo omaggio al compositore russo di sole due misure ma che chiaramente rimandano alle prime battute dell’Allegro finale (N. 24) del Concerto citato.
Quest’ultimo brano conclude il dialogo per lo più paritetico iniziato già nel Preludio e volendo dare una lettura un po’ fantasiosa del tutto, penso al sassofono e al pianoforte in pieno scambio di vedute, diciamo su un argomento di essenziale importanza, e fra alti e bassi, giungono al compromesso e all’accordo, giustificato dalle 8 stoccate finali (esempio 18) proprio della Giga, che sembrano rimarcare la volontà nel dire: “Si!!! Abbiamo trovato la soluzione!!!”.
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Last update: 01/09/2017
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